Corte penale internazionale: ecoreati come genocidi e crimini di guerra 20 settembre, 2016 | Redazione A Sud

0-0-2016-a-aia-genocidio-2[di nelpaese.it] La notizia è del 16 settembre scorso: la Corte Penale Internazionale (ICC) da oggi perseguirà anche i crimini ambientali. È una svolta storica per la massima autorità giudiziaria sovranazionale, che dalla sua costituzione nel 2002 aveva concentrato gli sforzi nel perseguire i crimini contro l’umanità, le accuse di genocidio e in generale i crimini commessi in tempo di guerra, in accordo con lo Statuto di Roma. Al contrario, da oggi i procuratori dell’Aia potranno indagare su singoli individui o su Stati per delitti perpetrati in tempo di pace. A darne notizia è il portale rinnovabili.it

Il passo in avanti è arrivato grazie al procuratore dell’ICC Fatou Bensouda, che ha tra le mani le carte di un importante caso di land grabbing in Cambogia dove sono implicati sia uomini d’affari sia esponenti del governo. Ed è proprio l’accaparramento delle terre – fenomeno sempre più diffuso soprattutto in Asia e Africa – la fattispecie di reato che potrebbe finire sotto la lente.

 

L’ICC non sta allargando la sua giurisdizione in modo formale: in un comunicato spiega che darà un’interpretazione “allargata” di crimine contro l’umanità. Perciò non è il land grabbing di per sé che diventa un crimine, bensì le deportazioni forzate di massa che sono l’effetto dell’accaparramento delle terre. Eventi che spesso si verificano fuori da una cornice di guerra e per questo passano più facilmente sotto silenzio e vengono agilmente insabbiati dai tribunali nazionali.

 

Insieme al land grabbing – nella forma di contratti illegali dove un governo cede vaste porzioni di terra ad aziende private, a discapito delle popolazioni locali – potrebbero presto approdare alla Corte Penale Internazionale anche casi di sfruttamento illegale e sconsiderato delle risorse naturali, coinvolgendo ad esempio il settore dell’estrazione mineraria, fenomeni come la deforestazione selvaggia o la costruzione di mega dighe. Si apre quindi uno spiraglio per aprire fascicoli per reati legati ai cambiamenti climatici, dal momento che le emissioni di CO2 sono legate anche al disboscamento irresponsabile che, spesso, è una delle conseguenze più evidenti del land grabbing. E, forse, questo è il primo passo verso il riconoscimento ufficiale dei rifugiati climatici.

 

L’ICC potrà comunque perseguire soltanto i presunti responsabili di crimini ambientali che provengono da uno dei 139 Paesi che hanno firmato lo Statuto di Roma, e solo quelli avvenuti dopo la sua entrata in vigore, nel luglio del 2002. Tra gli assenti Cina, India, Indonesia, Etiopia.

 

Il geologo: ora saranno puniti i responsabili della Terra dei fuochi?

 

È una svolta storica per la massima autorità giudiziaria sovranazionale, che dalla sua costituzione nel 2002 aveva concentrato gli sforzi nel perseguire i crimini contro l’umanità, le accuse di genocidio e in generale i crimini commessi in tempo di guerra, in accordo con lo Statuto di Roma. Al contrario, da oggi i procuratori dell’Aia potranno indagare su singoli individui o su Stati per delitti perpetrati in tempo di pace.

 

“Che significa punire? E chi sarebbe punito? Prendiamo ad esempio l’inquinamento ambientale perpetrato per lunghi anni in parti della Piana Campana-Terra di Lavoro. Chi sono i responsabili?”, si chiede il geologo Franco Ortolani che prova a fornire una risposta: “prima di tutto coloro che devono tutelare e conservare le risorse naturali in base anche agli statuti regionali: siano essi in istituzioni civili e militari. Coloro che devono tutelare i monumenti della natura come suoli fertili, acqua e aria e non agiscono di conseguenza anche emettendo provvedimenti palesemente inefficaci come fatto fino ad oggi per tutelare la cosiddetta terra dei fuochi”.

 

Secondo Ortolani rischiano di rientrare in questa nuova definizione di genocidio “coloro che attuano Operazioni deviate coperte anche da leggi ad hoc come ad esempio la così detta emergenza rifiuti in Campania. Coloro che non fanno rispettare le leggi vigenti favorendo operazioni commerciali che danneggiano e distruggono le risorse naturali di superficie come l’acqua sotterranea e quella accumulata in bacini artificiali di importanza strategica come il bacino del Pertusillo in Basilica, val d’Agri. Coloro che concedono permessi per attività petrolifere in aree caratterizzate dalla presenza dei serbatoi idrogeologici naturali che ci alimentano gratuitamente con migliaia di litri al secondo dove vi è una palese incompatibilità tra attività private commerciali e tutela del bene comune acqua potabile. Coloro che non difendono con appropriate leggi regionali i bacini idrogeologici in modo da impedire lo svolgimento di attività inquinanti: è il caso dei bacini idrogeologici della Campana, ad esempio, sui quali vi sono le mire delle compagnie petrolifere che sono interessate alla ricerca di eventuali giacimenti petrolifere nel sottosuolo. E’ il caso dell’inquinamento delle falde nella parte alta del bacino idrogeologico che alimenta alcune sorgenti del sarnese, avvenuto nel bacino della solofrana in seguito a scarichi dei residui inquinanti delle lavorazioni industriali di Solofra”.

 

A questo punto non bisogna dimenticare Brescia, la città più inquinata d’Italia, con la sua diossina. O la silente situazione in Calabria, a partire da città come Crotone. E poi la Sardegna con i suoi rifiuti tossici. Insomma, la Corte penale internazionale può riscrivere la gravità delle responsabilità nel nostro Paese ben oltre il perimetro degli “ecoreati”.

 

Pubblicato il 19/09/2016

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