La lotta al sottosviluppo 27 agosto, 2014 | Redazione A Sud

sottosviluppo [di  Antonio Benci  su Altronovecento]

 

La lotta al sottosviluppo vista da Occidente. Da Truman a Papa Giovanni (1949-1963)

 

 

In quarto luogo, dobbiamo lanciare un nuovo programma che sia audace e che metta i vantaggi del nostro progresso scientifico e industriale al servizio del miglioramento e della crescita delle regioni sottosviluppate. Più della metà delle persone di questo mondo vive in condizioni prossime alla miseria. Il loro nutrimento è insoddisfacente. Sono vittime di malattie. La loro vita economica è primitiva e stazionaria. La loro povertà costituisce un handicap e una minaccia, tanto per loro quanto per le regioni più prospere. Per la prima volta nella storia l’umanità è in possesso delle conoscenze tecniche e pratiche in grado di alleviare la sofferenza di queste persone. Gli Stati Uniti occupano tra le nazioni un posto preminente per quel che riguarda lo sviluppo delle tecniche industriali e scientifiche. Le risorse materiali che possiamo permetterci di utilizzare per l’assistenza ad altri popoli sono limitate. Ma le nostre risorse in conoscenze tecniche – che fisicamente non pesano niente – crescono incessantemente e sono inesauribili. Io credo che noi dovremmo mettere a disposizione dei popoli pacifici i vantaggi della nostra riserva di conoscenze tecniche al fine di aiutarli a realizzare la vita migliore alla quale essi aspirano. E, in collaborazione con altre nazioni, noi dovremmo incoraggiare l’investimento di capitali nelle regioni dove lo sviluppo manca. Il nostro scopo dovrebbe essere quello di aiutare i popoli liberi del mondo a produrre, con i loro propri sforzi, più cibo, più vestiario, più materiali da costruzione, più energia meccanica al fine di alleggerire il loro fardello[1].

 

 

È opinione piuttosto diffusa che da questo brano, pronunciato da Harry S. Truman, Presidente degli Stati Uniti d’America, in occasione del suo discorso inaugurale del 20 gennaio 1949, discenda ciò che negli anni si è chiamato aiuto (poi cooperazione) allo sviluppo. Quel meccanismo per cui i paesi ricchi si sono sentiti in dovere di fronte all’opinione pubblica mondiale di dare un sostegno ai paesi poveri o – pur usare il gergo trumaniano – sottosviluppati. Questo intendimento, agli albori nel 1949, sboccia definitivamente attorno al 1960 in ragione di alcuni fattori che proverò a elencare in questo contributo. In ordine sparso essi sono la Decolonizzazione con l’apparire sulla scena internazionale dei paesi di nuova indipendenza, la nascita (fin dal 1955) dell’area geopolitica del Terzo Mondo, la breve e intensa esperienza kennediana, la nascita di contributi teorici che tendono a sfumare l’idea di aiuto in quella di sviluppo e infine il Concilio Vaticano II.  E’ un dibattito che parte dai “grandi” della Terra e giunge in un’Italia in cui sono soprattutto le reti cattoliche a recepire queste sollecitazioni a interrogarsi sul “che fare” a proposito della situazione di estrema povertà di una gran parte del mondo[2].

 

I paesi occidentali fin dai primi anni ’60 hanno in effetti sposato una filosofia dell’azione piuttosto comoda in cui la donazione (contenuta) è sicuramente preferibile rispetto alla cessione di posizioni di vantaggio geostrategico o commerciale. In questo senso l’approccio “umanitario”, sia pure detto nel senso più largo del termine, ha storicamente fatto premio sul più complesso ambito di promozione dello sviluppo economico, politico sociale dell’altro[3].

 

Il corollario di questa strategia, comunque di retroguardia, è lo stucchevole balletto delle cifre da destinarsi in aiuto ai paesi poveri[4]. Dalla fine degli anni ’50 all’inizio dei ’70 si registrano delle oscillazioni nella definizione dell’importo di aiuto pubblico allo sviluppo a livello internazionale. Si passa dalla percentuale dell’1% a quella dello 0,70% del Prodotto Nazionale Lordo. E questo avrebbe dovuto accompagnarsi a una crescita economica complessiva assegnata al Terzo Mondo pari al 5% annuo[5]. Questo è l’obiettivo conclamato del Decennio per lo Sviluppo delle Nazioni Unite lanciato dallo stesso Kennedy per «contrastare l’immagine che i sovietici divulgavano degli Stati Uniti quale tipico paese capitalista, interessato solo al proprio tornaconto»[6]. Il che sembra dare ragione a Kissinger[7] che esclude una sorta di moralità nei rapporti tra Stati e dà torto a chi immagina vi sia una qualche forma di assistenza solidale tra le nazioni[8]. Ingenuità, verrebbe da dire. Tuttavia lo Stato non è un ente a sé stante. Non è un moloch insensibile a tutto e a tutti. Le sue scelte sono condizionate da tanti fattori, interni ed esterni. Le relazioni internazionali, gli accordi, i trattati, gli stessi legami con le organizzazioni internazionali e sovranazionali possono nascere tramite influenze di diverso ordine e grado[9].

 

Verrebbe da rivalutare la proverbiale e stereotipata “ipocrisia” della politica che spinge a camuffare di buone intenzioni i propri interessi. Questo a maggior ragione quando si è parlato e si parla di sostegno ai paesi poveri, in Via di Sviluppo. Centrale in questo è l’idea di sviluppo che, per quanto tecnicamente si possa configurare come uno strumento, è in realtà a pieno titolo una vera e propria filosofia di pensiero e azione, oltre a essere parte dello spazio mentale di riferimento di quel mondo che si attiva dai primi anni ’60 per il Terzo Mondo. E in quest’ambito diventa essenziale compiere una breve ricognizione sulle diverse teorie dello sviluppo sia per quanto hanno comportato a livello istituzionale (e il pensiero corre ai Decenni dello Sviluppo proclamati dalle Nazioni Unite dal 1961 in poi) sia a livello “periferico” all’interno di gruppi e associazioni prevalentemente cattoliche che cominciano a “scoprire” un Terzo Mondo, schiacciato prevalentemente sulla dimensione di sottosviluppo. E questo per il tramite di diversi attori che lo importano in un’Italia in cui lo Stato brilla per assenze e ritardi.

 

 

Ma ciò che permette una più rapida coscienza del problema e soprattutto sprigiona tutta una serie di energie vitali convogliandole verso il movimento del volontariato è l’opera della Chiesa cattolica che nel pieno del clima conciliare si materializza in due canali: la campagna contro la fame nel mondo avviata fin dal 1960 e la complessa e ramificata intelaiatura missionaria, formidabile arma di sensibilizzazione e mobilitazione.

 

[…]

 

 

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[1] Discorso inaugurale del Presidente degli Stati Uniti d’America pronunciato a Washington da Harry S. Truman il 20 gennaio 1949. Ho qui ripreso la traduzione di Gilbert Rist, Lo sviluppo. Storia di una credenza occidentale, Bollati Boringhieri, Torino, 1997, p. 75.

[2] Queste connessioni e influenze sono al centro della mia tesi di Dottorato da cui è tratto anche questo contributo (Antonio Benci, Il prossimo lontano. Alle orgini della solidarietà internazionale in Italia (1945-1971), Università Ca’ Foscari, Venezia, 2013). L’idea di solidarietà internazionale inizia a delinearsi in Italia attorno al 1960 in conseguenza del trauma della fame ed è sdoganato paradossalmente proprio dall’indipendenza raggiunta dai paesi africani (e con essa l’accesso alla libera informazione). Lo stato d’animo prevalente, in tale contesto, è quello di percepirsi solidali nei confronti di un nostro simile povero e affamato (il prossimo lontano) comincia a stabilizzarsi in questo decennio non solo per le sollecitazioni esterne come la modifica dell’assetto geopolitico mondiale ma anche per ragioni più propriamente individuali chiaramente connesse alle radici cristiane dell’Italia. Il tutto transitando per la mediazione del Concilio che accresce e accelera la presa di coscienza dei problemi del mondo moderno e l’esigenza di farvi fronte in prima persona. Da qui la grande spinta al movimento del volontariato internazionale che qui sfioro soltanto ma che è il protagonista e motore di una partecipazione generale e sentita alla lotta contro la fame nel mondo e per lo sviluppo dei paesi poveri.

[3] Alessandro Polsi in un saggio recente sulle Nazioni Unite sottolinea come i paesi ricchi «sembravano gradire un approccio umanitario ai problemi dei paesi poveri rispetto alle più problematiche e radicali richieste di aiuto allo sviluppo. Non è forse un caso se nei decenni successivi le risorse destinate alle emergenze umanitarie hanno finito per superare le quantità di fondi ottenuti dalle agenzie dell’Onu dedicate alla promozione allo sviluppo», Alessandro Polsi,Storia dell’Onu, Laterza, Roma-Bari, 2006, p. 101.

[4] I soggetti attivi e attori della solidarietà internazionale possono essere, per ordine di grandezza, gli Organismi Sovranazionali (ONU, FAO, Banca Mondiale, Comunità Economica Europea), lo Stato, le Organizzazioni Non Governative [ONG, nda], le associazioni di solidarietà, i volontari. Le forme di aiuto possono essere di vario tipo e grado e vanno dall’assistenza tecnica che è l’invio di esperti e tecnici in grado di implementare competenze al dono in denaro o natura al paese aiutato o assistito; dal credito di aiuto alla cancellazione del debito. Se si parla di donazioni pubbliche la forma scelta potrebbe essere bilaterale (da Stato a Stato in base ad un accordo di cooperazione), multilaterale (agreement tra un’Agenzia internazionale e uno Stato) o multibilaterale (Organismi sovranazionali e Stati assieme). Sulle tipologie di cooperazione governativa un’ottima sintesi si trova in Antonio Raimondi – Gianluca Antonelli, Manuale di cooperazione allo sviluppo, SEI, Torino, 2001, pp. 91-108. Vedi anche Sergio Marchisio, Il finanziamento multibilaterale. La terza via della cooperazione allo sviluppo, Franco Angeli, Milano, 1986, pp. 15-23.

[5] L’1% viene individuato per primo in un rapporto del Consiglio Mondiale delle Chiese del 1958 sia perché si trattava di una cifra tonda sia perché doppia rispetto all’ammontare degli aiuti effettuati in quel periodo da parte dei paesi ricchi. Verso la fine del decennio, anche per effetto dei lavori della Commissione presieduta dal canadese Lester B. Pearson, verrà definito il valore dello 0,70% ratificato poi dalla Risoluzione dell’ONU n. 2626 relativa alla proclamazione del secondo Decennio dello Sviluppo. Vedi la ricostruzione sul passaggio di consegne tra l’1% e lo 0,70% in Mauro Mellano – Marco Zupi, Economia e politica della cooperazione allo sviluppo, Laterza, Roma-Bari, 2007, pp. 21-25.

[6] Robert Dallek, JFK. John Fitzgerald Kennedy. Una vita incompiuta, Mondadori, Milano, 2004, p. 374.

[7] Kissinger nei suoi diari insiste molto sulla distanza che separa lo statista dall’accademico rivelando un doppio piano interpretativo e un «diverso concetto di moralità presente negli intellettuali, così come nei profani in materia di politica, e negli statisti. Il profano pensa in termini assoluti, per cui il bene e il male si identificano con il loro stesso concetto. Ma il leader politico non può permettersi questi lussi», Henry Kissinger, Gli anni della Casa Bianca, SugarCo, Milano, 1980, p. 56.

[8] Sul tema vedi Luigi Bonante, Etica e politica internazionale, Einaudi, Torino, 1992, pp. 18-23 e 223-240. Bonante mette al centro della sua analisi i principi di giustizia internazionale sottolineando come possa esistere una teoria morale della vita internazionale.

[9] C’è un orizzonte interpretativo per cui la cooperazione negli anni ’60 è anche la ricerca di un punto d’incontro tra un equilibrio interno degli stati – raggiunto anche tramite meccanismi politici – e uno esterno di tipo più spontaneo. Vedi Mario Casari, La cooperazione internazionale per lo sviluppo economico, Padova, Cedam, 1963, pp. 37-49. Lo studioso patavino sottolinea come «la cooperazione internazionale, intanto costituisce un superamento della concezione classica delle “armonie spontanee”, in quanto vi sostituisce quella di atti di deliberata volontà politica degli stati nazionali (armonie “create”). Poiché tali atti definiscono le politiche economiche nazionali, la cooperazione, in quanto appartenente al novero degli atti politico-economici, è dunque un tipo di politica economica internazionale», Ivi, p. 37.

*Articolo pubblicato su fondazionemicheletti.it , Marzo 2014

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