Lo scandalo degli agrocombustibili nei paesi del Sud 9 ottobre, 2009 | Redazione A Sud

Come sempre, in un progetto capitalista, vengono ignorate le cosiddette esternalità, ossia tutto ciò che non è compreso nelle logiche di mercato. Per contribuire a soddisfare la domanda energetica mondiale, verranno sacrificati centinaia di milioni di ettari di terra coltivabile – la maggior parte dei quali si trovano nei paesi del sud del mondo – destinati alla produzione di agrocombustibili.  Secondo le stime ufficiali, almeno 60 milioni di contadini verranno cacciati dalle loro terre. Il prezzo di queste “esternalità” – pagato dalle comunità e dagli individui e non dal capitale – è spaventoso.


L’idea di estendere la coltivazione di agrocarburanti a livello mondiale e, in particolare, nei paesi del sud del mondo sta avendo  – e avrà  in futuro – effetti disastrosi.

L’aumento delle terre messe a disposizione per la produzione di agrocombustibili rappresenta una risposta alla domanda crescente di energia: nei prossimi 50 anni saremo costretti a modificare il nostro ciclo energetico, passando dall’energia fossile – destinata a esaurirsi – ad altre fonti di energia.

In un’ottica di breve periodo, risulta più facile utilizzare fonti di energia, alternative a quelle fossili, capaci di assicurare introiti sostanziosi e immediati: in poche parole gli agrocarburanti. Questa soluzione, che sembrerebbe rispondere in maniera efficace alla riduzione degli investimenti e alla sete di guadagni, è ormai la più accrediatata a livello mondiale.

Ma ci sono altre questioni da considerare: gli agrocarburanti vengono prodotti distruggendo la biodiversità e inquinando i suoli e l’acqua. Ho visitato personalmente le piantagioni del Choco, in Colombia, camminando per chilometri e chilometri senza vedere un uccello, una farfalla o un pesce nel fiume: questo a causa dell’uso massiccio di agenti chimici quali pesticidi e fertilizzanti, che uccidono ogni forma di vita. Senza considerare la quantità impressionante di acqua utilizzata per produrre etanolo: per ottenere un litro di questo prodotto – ottenuto dal mais – sono necessari dai 1200 ai 3400 litri di acqua. Anche la canna da zucchero necessita di moltissima acqua.

La contaminazione dei terreni e delle acque è enorme e sta raggiungendo livelli finora inimmaginalbili: basta pensare al fenomeno del del cosiddetto “mare morto” nelle foci dei fiumi (20 chilometri quadrati nella foce del Mississipi, in gran parte causati dall’estensione della monocoltura di mais per la produzione di etanolo).

L’aumento costante e indiscriminato di queste colture provoca una distruzione diretta o indiretta (a causa dell’impossibilità di realizzare altre attività legate alla coltivazione della terra o all’allevamento del bestiame per via dell’avanzamento della frontiera agricola) dei boschi e delle foreste.

L’impatto degli agrocarburanti sulla crisi alimentare è stato già ampiamente documentato. Non solo la produzione di agrocombustibili fagocita terre che potrebbero essere usate per l’agricoltura tradizionale – in un mondo dove, secondo le stime della FAO, più di mille milioni di persone soffrono per fame – ma, oltretutto, rappresenta una delle cause della speculazione sui generi alimentari verificatasi negli ultimi anni.

Una relazione della Banca Mondiale afferma che in due anni – 2007 e 2008 – l’aumento vertiginoso dei prezzi del cibo, che ha provocato l’impoverimento di oltre 100 milioni di persone (vale a dire la fame), è stato influenzato dallo sviluppo dell’agroenergia. Per questa ragione, Jean Ziegler, ex relatore speciale delle Nazioni Unite per il diritto all’alimentazione, ha parlato degli agrocarburanti come “crimine contro l’umanità” e il suo successore, il belga Olivier De schutter, ha avanzato la proposta di una moratoria della produzione di agrocarburanti per un periodo di almeno 5 anni.   

L’aumento indiscriminato delle monocolture significa anche l’espulsione di molte famiglie contadine dalle loro terre, quasi sempre attraverso l’inganno o la violenza. In paesi come la Colombia o l’Indonesia si ricorre, spesso, alle forze armate o a squadre di paramilitari per eseguire gli sgomberi.

Migliaia di comunità autoctone, in America Latina, in Africa e in Asia vengono impunemente cacciate dai loro territori ancestrali, in funzione dello sviluppo di un modello produttivo basato sulla proprietà della terra e sull’agricoltura industriale. Il risultato di tutto questo è un’urbanizzazione selvaggia e una pressione migratoria enorme, sia interna che internazionale. Senza considerare, inoltre, che gli stipendi dei lavoratori delle piantagioni sono bassissimi, gli ambienti di lavoro spesso insalubri, le condizioni igienico-sanitarie inaccetabili e i turni massacranti: migliaia di vite umane sacrificate alle esigenze della produttività. Nel corso della sessione del Tribunale Permanente dei Popoli sulle multinazionali a capitale europeo in America Latina – realizzata parallelamente al Vertice Europa America Latina, nel maggio 2008 in Perù – vennero presentati numerosi casi di bambini con malformazioni dovute all’utilizzo di agrochimici nelle piantagioni di canna da zucchero, soia, banane ecc.

Se gli agrocarburanti non rappresentano una soluzione per l’emergenza climatica; se non possono mitigare
– perlomeno, solo marginalmente – la crisi energetica; se producono altissimi costi in termini sociali e ambientali: allora perché tanta preferenza? La ragione sta nella brama di guadagno. E’ per questa ragione che le multinazionali del petrolio, delle automobili, del settore chimico o dell’agronegozio si interessano agli agrocombustibili, con la complicità del capitale finanziario, dei latifondisti locali e degli impresari.

In definitiva, quindi, la funzione reale dell’agroenergia risulta essere quella di aiutare una parte del capitale mondiale a uscire dalla crisi e mantenere – o addirittura incrementare – la propria capacità di accumulazione. Tutto questo avviene a un prezzo altissimo: sfruttamento della manodopera, trasferimento di fondi pubblici nel settore privato, egemonia delle multinazionali, dipendenza delle economie del sud da quelle del nord, degradazione ambientale, migliaia di contadini cacciati dalle loro terre, esternalità ecc.

L’unica soluzione possibile rimane, quindi, quella della riduzione dei consumi e linvestimento in tecnologie alternative (specialmente quella solare). L’agroenergia non è un male in sè e può rappresentare una soluzione interessante a livello locale, a condizione però di rispettare la biodiversità, la qualità dei suoli e delle acque, la sovranità alimentare e l’agricoltura tradizionale: in poche parole, esattamente l’opposto di quanto avviene adesso con la logoca capitalista. In Ecuador, il presidente Correa ha avuto il coraggio di fermare lo sfruttamento petrolifero della riserva naturale dello Yasunì. Auguriamoci che i governi progressisti dell’America Latina, dell’Asia e dell’Africa dimostrino la stessa fermezza. Resistere – nel nord come nel sud del mondo – alle pressioni dei potentati economici è un problema non solo politica ma anche etico. Denunciare lo scandalo degli agrocarburanti diventa, quindi, un dovere. 

 

da www.ecoportal.net
 

 
François Houtart, fondatore del Centro Tricontinental e autore del libro “La Agroenergía ¿Solución para el clima o salida de crisis para el capital?” Ruth Casa editorial y Ediciones Sociales La Habana, 2009.
Il presente articolo è stato pubblicato nel Foro Mundial de Alternativas y Tlaxcala.

Traduzione di Francesca Casafina

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